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Storia di Soccavo PDF Stampa E-mail

I Campi Flegrei, così denominati fin dal tempo delle colonie greche per l’intensità delle manifestazioni vulcaniche e sismiche; attualmente includono una parte continentale, delimitata a Est dalla collina di Posillipo, a Ovest da Cuma e Monte di Procida, a Nord da Quarto e a Sud dal golfo di Pozzuoli, e una parte insulare con Ischia, Procida e Vivara.

Le prime manifestazioni vulcaniche risalirebbero a circa 50.000 anni fa; trentacinquemila anni fa si sarebbe verificato l’evento più eclatante: un’eruzione imponente che ha depositato su tutta la Piana Campana un enorme quantitativo di tufo (ignimbrite) e che ha provocato, con lo svuotamento del serbatoio magmatico, il collasso degli apparati vulcanici preesistenti, denominati Archiflegreo, con la formazione di una depressione o caldera. Nella caldera si sono poi verificati gli eventi successivi: circa dodicimila anni fa, violente eruzioni hanno caratterizzato la nascita di alcuni vulcani come quelli di Capo Miseno, Bacoli, Nisida e Trentaremi, dando origine ai depositi di “tufo giallo stratificato”. Le eruzioni successive, come quella degli Astroni del 1500 a.C., della Solfatara del 110 d.C., del Monte Nuovo del 1538, nonché i recenti movimenti bradisismici e le attività fumaroliche e idrotermali tuttora esistenti a Baia, Pozzuoli, Agnano e Ischia attestano la presenza nel bacino magmatico di considerevoli quantitativi di magma ancora in via di consolidamento.

L’attività flegrea è stata suddivisa in cicli, diversi secondo i vari studiosi; secondo le vedute più recenti i cicli sarebbero quattro:

 

  • ŸI ciclo (periodo precedente a 35.000 anni fa): attività subaerea, depositi di brecce e cupole laviche. Tufi di Torre Franco a Soccavo detti tufi antichi.
  • II ciclo (da 35.000 a 30.000 anni fa): attività subaerea. In questo periodo si sarebbe verificato l’evento più eclatante, un’eruzione imponente che ha depositato su gran parte della pianura campana un enorme quantitativo di tufo grigio, l’ignimbrite campana, e che ha provocato, con lo svuotamento del serbatoio magmatico, il collasso dell’apparato vulcanico preesistente e la formazione di una depressione o caldera. Formazione del piperno-breccia museo.
  • ŸIII ciclo (da 18.000 a 10.000 anni fa): attività subaerea, depositi di tufi biancastri stratificati di Soccavo; circa 12.000 anni fa violente eruzioni da centri intracalderici prevalentemente subacquei avrebbero dato origine ai depositi di tufo giallo napoletano che costituiscono le colline del Vomero, di Posillipo e di Capodimonte.
  • ŸIV ciclo (da 10.000 anni fa al 1538 d.C.): vulcani monogenici all’interno della caldera, come Agnano, Astroni, Solfatara ...e ultimo, in epoca storica, nel 1538 d.C. Monte Nuovo. Depositi di tufi grigi e di trachiandesiti.

Il quartiere di Soccavo, autonomo amministrativamente fino al 1926, comprende l’area pianeggiante delimitata dalla Collina di Camaldoli a nord, dal Vomero a est, dalla Canzanella a sud, da Monte S. Angelo a ovest. Il territorio rappresenta il margine orientale dei Campi Flegrei.

Si tratta di uno dei più antichi villaggi rurali sorti ai margini di Neapolis; lo attesterebbero alcuni frammenti di ceramica di tipo campano-attico ritrovati nel fondo Postiglione, il monumento funerario, un colombarium collegato ai resti di una villa rustica, tagliato dalla strada che porta alla Pigna e altri resti tra cui i muri in opus reticulatum rinvenuti, durante il restauro, sotto la Chiesa di S. Pietro e Paolo. Un certo sviluppo del villaggio si dovette registrare nel XII secolo, sotto il regno normanno, come dimostra la costruzione delle due torri: S. Domenico e dei Franchi, torri inserite in un sistema di avvistamento e di difesa, in quanto probabilmente collegate a Torre Ranieri in via Manzoni e a un’altra in contrada Pisani. Di sicuro un incremento della popolazione si verificò nel 1538, quando in seguito alla nascita del Monte Nuovo, gli abitanti di Tripergola, un villaggio termale sul lago di Lucrino, distrutto dall’eruzione, vi si trasferirono; infatti, la parrocchia di S. Pietro e Paolo risale al 1.540.

La carta del Duca di Noja è fondamentale nella ricostruzione della storia urbanistica del Casale di Soccavo, negli anni precedenti al 1775. Sulla carta appare evidente che la strada principale del Casale, alla base della collina, era una deviazione della Neapolis Puteolim per colles, detta anche via Antiniana che, in epoca romana, univa Pozzuoli a Napoli antica con un percorso di dieci miglia, ma che ricalcava una via già esistente nel V secolo a. C.; da essa si diramano delle stradine che portano a insediamenti abitativi intorno alle cave: Torre di Franco, Torre di Lopa e Casalesio; in pianura, invece, si trovano le masserie Verdolino e S. Domenico, appartenenti all’ordine religioso dei Domenicani, e la masseria Cintia dei Camaldolesi. Intorno alle cappelle di S. Maria delle Grazie (1597), S. Domenico e della Cintia, e alla parrocchia di S. Pietro (1540), sorgevano piccoli villaggi di cui il principale Casale di Succava era intorno alla parrocchia e all’ospizio dei Camaldolesi, Le Cortiglie.

Il Casale di Soccavo è stato caratterizzato da un’economia prevalentemente agricola, pertanto l’architettura è quella della casa rurale con alcuni elementi comuni come la corte, il cellaio, la piscina e qualche volta una torre a scopo difensivo.

La corte, posta al centro degli elementi abitativi, svolgeva un ruolo di aggregazione sociale, ma permetteva anche la trasformazione dei prodotti agricoli in una parte pavimentata in battuto di lapillo, di solito posta in posizione marginale e definita aia.

Il cellaio è un grande ambiente rettangolare, ricoperto da una volta a botte, ben aerato per assicurare la conservazione del vino. Collegato a esso, c’è il palmento, una vasca per la pigiatura dell’uva. Di solito il palmento è collocato a sud e il cellaio, per mantenere costante la temperatura, è rivolto a nord.

I materiali utilizzati sono quelli della zona: tufo per le strutture murarie, insieme alla pomice e alla pozzolana usata per malte impermeabilizzanti per le pareti delle cisterne e per gli intonaci, lapilli per la copertura dei tetti, piperno per gli elementi decorativi, castagno per i travi. L’assenza di sorgenti e corsi d’acqua e la profondità della falda acquifera comporta nelle masserie la presenza di cisterne, piscine, scavate nel banco di tufo e impermeabilizzate con malta idraulica.

Casalesio

Lungo la via Contieri, che ricalca un antico alveo torrentizio, si rinviene uno dei poli abitativi dell’antico Casale, quello che ha conservato la maggiore identità socio-culturale, ed è designato: Casalesio. L’origine dei due toponimi è antichissima: Casalesio si riferisce al cognome, D’Alessio, di una famiglia che ne era proprietaria nel 1.600; Contieri invece si riferisce al Monte Contiero, una congregazione di carità, sorta nel 1734 per disposizione di Gennaro Contiero, morto senza figli, congregazione nel cui patrimonio entrarono gli edifici contraddistinti dai numeri civici 6 e 8, che facevano parte della stessa masseria. La differente destinazione dei due edifici è tuttora evidente, in quanto il numero civico 8 è dotato dei “comodi agricoli”, mentre il numero civico 6, è destinato ad alloggio in cui vive la famiglia Postiglione, presente sin dal 1832.

Interessanti anche gli edifici contraddistinti dai numeri civici 1, 4, 9, 11; al numero 9 c’è un bell’arco di accesso alla corte, un cellaio, e un tondo in stucco raffigurante una Madonna con bambino.

Verdolino

L’origine del toponimo, che indica anche due strade, via vicinale e via nuova, una cupa e un vallone è incerta: o un deposito di tufi verdi ormai esaurito perché molto richiesto o il cognome di un’antica famiglia di proprietari della zona.

La masseria con i terreni circostanti e sembra anche una torre poi andata distrutta, sono entrati a far parte del patrimonio del convento di S. Domenico Maggiore di Napoli, nel 1.492. Dai contratti di affitto del 1.700 si ricava che i frati mettevano a disposizione di ogni famiglia di coloni una camera e l’uso del cellaio con i tinacci e il torchio.

I terreni, nella parte pianeggiante e all’inizio del pendio, erano coltivati a viti e ad alberi da frutto, come tuttora, mentre le coste della collina erano coperte da boschi, sfruttati per il taglio della legna; della proprietà faceva anche parte una cava di piperno, in località Mercatello.

La masseria rimase proprietà dei Domenicani per oltre 3 secoli, fino alla soppressione del convento durante il Decennio Francese, quando fu rilevata dal Conte di Camaldoli Francesco Ricciardi. Verso la fine dell’800 la proprietà fu frazionata e le varie parti hanno subito vicende alterne; una parte appartiene alla famiglia Campolongo e ne sono affittuari i Chiaro.

In questa masseria si notano due cellai, posti l’uno di fronte all’altro; nel muro esistono dei fori rivestiti in terracotta, per migliorare l’aereazione e il palmento è posto a un piano superiore rispetto al cellaio, per facilitare il travaso del vino.

ATTIVITA’ ESTRATTIVA

Il toponimo Soccavo si riferisce all’attività estrattiva nelle cave di tufo e di piperno, utilizzate probabilmente sin da epoca romana. Di sicuro intorno all’anno 1.000 le cave di piperno erano in funzione; infatti, sia in un atto notarile del 1.030, che in diversi manoscritti ci si riferisce al territori parlando di suptus caba, succava, succave. Verso la fine del 1.400, in relazione alla costruzione di una nuova cinta muraria intorno a Napoli, si assiste a una grossa ripresa dell’attività estrattiva sulle pendici della Collina di Camaldoli. Tra i mastri pipernieri dell’epoca, i De Franco che hanno attribuito il nome alla torre tuttora esistente.

Il tufo giallo napoletano e il piperno sono piroclastiti, rocce che si formano per accumulo di materiali solidi emesse dai vulcani: ceneri, sabbie, pomici che si cementano per effetto della temperatura elevata al momento del deposito e dell’aumento di pressione dovuto all’accumulo dei materiali sovrastanti.

IL TUFO GIALLO NAPOLETANO

 

Il TUFO GIALLO NAPOLETANO è una roccia piroclastica caratterizzata da una prevalenza di ceneri a varia granulometria, con inclusioni di pomici e frammenti di lava, derivante da eruzioni di tipo esplosivo di centri vulcanici diversi, verificatesi nella caldera dei Campi Flegrei tra i 12.000 e i 10.000 anni fa.

Si presenta di colore giallo paglierino, scalfibile con l’unghia e con caratteristiche tipiche di una buona pietra da costruzione: buona lavorabilità, buona resistenza allo schiacciamento e agli agenti atmosferici, ottima aderenza con le malte per l’elevata porosità; inoltre, essendo costituita prevalentemente da ossidi di Alluminio, di Potassio, di Calcio e di Magnesio non subisce processi chimici di ossidazione o di idratazione.

E’ presente ovunque nel sottosuolo della città e dintorni, a profondità varia sotto altri depositi piroclastici, in alcuni punti affiorante come sull’isolotto di Megaride, su cui è costruito Castel dell’Ovo. Probabilmente gli affioramenti di tufo furono determinanti nell’ubicazione della città che, praticamente, è costruita con il materiale del suo sottosuolo; solo negli ultimi 50 anni il tufo è stato sostituito nelle costruzioni dal cemento armato.

 

Le cave sono di due tipi: a cielo aperto e in sotterraneo.

In entrambi i tipi la tecnica di scavo (coltivazione) procedeva dall’alto verso il basso. Il tufo era suddiviso in blocchi con pochi, semplici attrezzi: un piccone di acciaio detto smarra, dei cunei (cugnoli) di ferro o di legno duro, un martello d’acciaio e dei pali di ferro. Gli operai utilizzavano delle scale ma soprattutto la grappiata, un sistema che consisteva nello scavare, man mano che il fronte di cava si approfondiva, dei fori lungo la parete, distanti una ventina di cm l’uno dall’altro, fori che permettevano di poggiare parte del piede per gli spostamenti.

Si cominciava a scavare dall’alto la volta, cielo, della galleria principale: le cave più antiche hanno un cielo piano e quindi sono a forma di trapezio isoscele, mentre le cave più moderne hanno forma semicircolare o parabolica; seguiva poi lo scavo delle diramazioni laterali.

IL PIPERNO

Il piperno si presenta con una pasta grigio-chiara, più tenera, in cui sono immerse delle formazioni allungate di colore grigio-scuro, dette fiamme, più resistenti all’erosione. Esistono due teorie relative alla sua formazione:

  1. Secondo una teoria più antica, il piperno si sarebbe originato da un lago di lava ribollente da cui sarebbero stati lanciati in alto brandelli di lava che, ricadendo misti a ceneri, si sarebbero poi compattati; sono questi brandelli che avrebbero originato le fiamme;
  2. Attualmente invece il piperno è considerato una breccia costituita da frammenti di materiali solidi e liquidi, contemporanea all’eruzione del tufo grigio (ignimbrite campana), risalente pertanto al II ciclo dell’attività flegrea, da 35.000 a 30.000 anni fa.

La sua formazione è comunque connessa all’eruzione di un vulcano ubicato all’incirca a un km a S.E. del vecchio abitato, all’inizio dell’attuale via Epomeo.

Il piperno affiora quasi dappertutto lungo la base della Collina dei Camaldoli; il suo utilizzo come materiale da costruzione a Napoli e nell’intera regione risalirebbe a tempi antichissimi, secondo alcuni autori; secondo altri il piperno sarebbe stato utilizzato per la prima volta da Ferrante d’Aragona, nel 1484.

Mentre il tufo giallo è stato utilizzato nelle costruzioni, il piperno invece è da considerarsi la pietra nobile dell’edilizia napoletana in quanto le sue caratteristiche tecniche, la consistenza lapidea e l’elevata resistenza allo schiacciamento, se da un lato ne hanno limitato l’estrazione, più costosa rispetto a quella del tufo, dall’altro ne hanno permesso l’utilizzo sia come “pietra a faccia vista” che non ha bisogno di intonaco, che nelle colonne portanti.

 

Il piperno lo troviamo utilizzato nel rivestimento esterno di costruzioni importanti come il Maschio Angioino, le torri di Porta Capuana, di Porta Nolana, di Via Marina, nella chiesa del Gesù Nuovo, in tutti i portali dei palazzi importanti, nelle colonne del chiostro di S. Marcellino, nelle colonne inglobate nel muro della sala dei Baroni al Maschio Angioino e, inoltre, nei boccapozzi che ornavano gli antichi pozzi utilizzati per attingere acqua dai vari acquedotti.

 

I luoghi di estrazione erano soltanto a Soccavo e a Pianura, dove l’estrazione era praticata prevalentemente in sotterraneo. Le tecniche estrattive dovevano essere simili a quelle usate nelle cave di tufo ma, data la maggior consistenza, il lavoro doveva essere molto più faticoso. La lavorazione avveniva in primavera-estate quando le strade erano prive di fango e, quindi, più praticabili per il trasporto.

E’ probabile che l’estrazione fosse praticata anche a giorno come sembrerebbero indicare i numerosi piazzali di cava la cui esistenza non è giustificabile con l’estrazione di altri materiali.

Attualmente il piperno non è più estratto e per le opere di restauro sono utilizzate pietre ricavate dalla demolizione di vecchi edifici.

CAVA DI PIPERNO

Questa cavità attualmente è percorribile soltanto in minima parte perché riempita dai materiali di scavo del tunnel dell’acquedotto e da quelli trasportati dalle acque del Verdolino nel settembre 2001. La descrizione, di V. Albertini, A. Baldi, C. Esposito, è precedente:

La cavità ha un andamento irregolare con un’estensione areale di circa 200 m2, un’altezza media di 3 m e un volume di 600 mc. La galleria di accesso, lunga circa 30 m, alta 5 m e con una larghezza variabile dai 4 agli 8 m, tutta scavata nel Piperno, si divide in due ramificazioni. Il ramo sulla destra, alto circa 5 m, è tutto nel Piperno e termina con una camera di m 10x7. Il ramo sulla sinistra ha il lato destro scavato nel Piperno, mentre il lato sinistro è nei Tufi biancastri e termina con una camera di m 10x5.

 

Un’area tipica per lo studio della geologia dei Campi Flegrei è il Vallone del Verdolino, dove è possibile osservare la successione stratigrafica pressoché completa dei materiali depositatisi nei vari cicli. Si tratta di un’incisione torrentizia, in direzione NS, che inizia nella parte alta della collina, a Est dell’Eremo e termina a Soccavo. Qui passava l’antica Via Vicinale Verdolino, attualmente impraticabile, che serviva da raccordo con i vari centri abitati dei Camaldoli e da collegamento fra Soccavo e Marano attraverso Camaldolilli, Cappella Cangiani e Guantai. All’imboccatura del Vallone da Soccavo, sulla parete a sinistra, è possibile osservare la successione dei depositi con, dal basso, piperno, brecce pipernoidi, breccia museo e tufi vari, bianchi, grigi, gialli; al di sopra si rinvengono i depositi più recenti, degli ultimi 10.000 anni: si tratta di materiali poco cementati, indicati come pozzolane; la successione termina con uno strato di terra vegetale mescolata a ceneri recenti.

 

Nel XVII secolo, in seguito all’aumento degli abitanti e alla conseguente espansione, furono realizzate opere architettoniche significative specialmente in campo religioso. Fu proprio in questa fase di relativo sviluppo che Soccavo, con molti casali della periferia di Napoli, ottenne il riconoscimento giuridico importantissimo della costituzione in Università.

La popolazione fu però quasi completamente annientata dalla peste del 1656. Al contempo la ripresa risultò lenta e difficile, anche perché i governo spagnolo, ormai al suo declino, continuò a gravare i casali regi collegati alla città di nuove tasse.

Il 13 Gennaio 1753 Carlo III di Borbone ordinò che il denaro delle gabelle pagate dai soccavesi e appartenente all’erario regio servisse a realizzare in loco opere di pubblica utilità: fu concessa la costruzione di un pozzo presso il largo alla confluenza di via Scherillo con via Montevergine, denominato piazza Giovanni Scherillo. Nel 1761, terminati i lavori, fu apposta una lapide "ad eterna memoria: O voi che avete sete, venite alle acque"

Nel corso del XIX secolo si opera, con una modesta e normale architettura, il collegamento tra le varie masserie e si concretizza quella fusione che dà a Soccavo l’aspetto di un paese strutturalmente formato. Sulla via IV Novembre - via Risorgimento furono costruiti palazzi un po’ più eleganti, di vago aspetto neo-rinascimentale. Nel 1832 fu realizzata la piazza quadrata detta il "Largo di S. Pietro"; nel centro della piazza si cominciò a scavare nel 1866 un nuovo pozzo per l’aumento della popolazione: i lavori terminarono il 12 Agosto 1867, come risultava dalla scritta commemorativa su di esso incisa. Oggi al suo posto si trova murata una lapide commemorativa che enumera i 49 soccavesi caduti nella prima guerra mondiale.

Nel 1842-43, a spese del Comune, fu edificato il cimitero pubblico sotto la direzione dell’architetto Gennaro Rosso, costato 1.916 ducati. Nel 1876 teminarono i lavori di costruzione del palazzo comunale.

Agli inizi del 1900, affermandosi l’idea di una grande Napoli, Francesco Saverio Nitti propose l'unificazione amministrativa dei Comuni eredi dei Casali urbani. Così non fu perche con la Legge Speciale del 1904, che non rispettava in pieno le idee di Nitti, ci fu una riduzione piuttosto rilevante degli interventi industriali e delle ripartizioni amministrative.

La logica di grandezza del ventennio fascista si adoperò per fare di Napoli una grande e imponente metropoli di oltre un milione di abitanti, perciò Soccavo nel 1926 fu aggregato al Municipio di Napoli.

Agli ultimi 60 anni appartengono le svolte urbanistiche decisive: la Circumflegrea che ha collegato in modo rapido e puntuale il rione al cuore della città: la nascita dei rioni Canzanella e Traiano che hanno reso il quartiere più popoloso; la via Epomeo che ha dato un forte impulso commerciale e un volto nuovo al quartiere, spostando gli equilibri abitativi.

 

 

 

 

 

 

La stesura e la realizzazione di una pagina di storia del quartiere di Soccavo ha lo scopo di pura divulgazione e promozione del territorio e permettere ai suoi abitanti di conoscerne le origini e l' evoluzione. Nessun fine lucrativo è da ritenersi nell' intento di tale realizzazione. Per tanto si ringraziono  tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione e gli autori dei testi oggetto della bibliografia.

Bibliografia: V. Albertini, A. Baldi, C. Esposito, Napoli la città riscoperta viaggio nel sottosuolo di Napoli..G.A.N. Gruppo Archeologico Napoletano, SOCCAVO masserie, proprietari e contadini in un casale napoletano.

Minotti, Castiglione, SOCCAVO LINEAMENTI DI STORIA E VITA RELIGIOSA La Parrocchia dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Puteoli Pro Vita.

 

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