Per il Buddismo, la vita è sofferenza: il dolore costituisce l’essenza più profonda della vita umana dalla nascita alla morte, e la morte non rappresenta in alcun modo la liberazione dal dolore, poichè, conformemente alla concezione fondamentale del pensiero indiano, l’uomo è soggetto, come tutti gli esseri, al flusso inarrestabile delle rinascite, reincarnandosi continuamente in corpi sempre diversi. Anche gli dei, che pure apparentemente vivono in suprema beatitudine, non sfuggono alla suprema legge dell’universo, all’incombere della morte e alla possibilità di reincarnarsi in un essere inferiore: essi sono privi di ogni capacità di influire fattivamente sul destino degli uomini, le cui preghiere e sacrifici si rivelano assolutamente inefficaci, meramente utili a perpetuare, con la speranza illusoria nel valore delle azioni, la sottomissione a un karma di dolore. L’illusione domina ancor più beffardamente le stesse divinità che, inconsapevoli della realtà incombente anche su di loro, non avvertono neppure la possibilità di raggiungere la salvezza autentica per mezzo dell’illuminazione: solo gli uomini, vicini come sono alle manifestazioni più concrete del dolore, possono sperare di prendere coscienza delle sue cause e di ottenere l’illuminazione unica e definitiva che ponga fine al ciclo infinito delle rinascite.Il fine ultimo dell’uomo che segua il cammino di salvezza suggeritogli dal Buddha è il raggiungimento della condizione suprema del nirvana, l’estinzione di ogni desiderio e la libertà da ogni forma di condizionamento materiale e psicologico: ottenuta questa illuminazione interiore, il saggio prosegue il cammino della sua esistenza terrena disfandosi gradualmente del carico del karma che lo lega al corpo materiale e preparando la strada alla liberazione definitiva, la condizione del parinirvana, l’annientamento totale che coincide con il momento della morte. Raggiungibile teoricamente da tutti i fedeli, questa condizione di beatitudine eterna è posta più realisticamente, già nella prima fase dello sviluppo del buddismo scuola, come meta principale soltanto per i membri della comunità monastica. Questi ultimi devono mirare ad ottenere l’illuminazione e a essere venerati come arhat, saggi giunti allo stato di perfezione al termine del lungo cammino sulla via dell’Ottuplice sentiero.