Il Cristianesimo è nato dall’incontro di alcune persone con Gesù di Nazaret, dall’averlo seguito, ascoltato, amato, ma soprattutto dall’averlo incontrato risorto, vincitore della morte. Sin dall’inizio della sua storia, la Chiesa ha maturato la convinzione che la relazione con Gesù avrebbe portato il singolo credente a condividere anche il suo destino di vita: se Gesù è risorto e ha vinto la morte, anche coloro che sono uniti a lui un giorno risorgeranno al pari di Gesù e saranno sempre con lui. Secondo il cristianesimo, il Signore Gesù farà risorgere, misteriosamente, il corpo dell’uomo quando – secondo la sua promessa – ritornerà in questo mondo e lo rinnoverà radicalmente. Fino a quel momento, l’anima (l'”io” di una persona) di chi muore si separa dal corpo, che va in decomposizione, ma se si trova in una condizione di relazione con Gesù, raggiunge immediatamente il compimento di questa relazione, passando eventualmente attraverso un misterioso cammino di conversione e di purificazione che, nella tradizione cristiana, si chiama purgatorio. Anche senza il corpo, quindi, l’anima può raggiungere quella condizione di piena relazione con Dio che nella tradizione cristiana si chiama paradiso, nella attesa che anche il suo corpo arrivi a beneficiarne alla fine di questo mondo.Chi vive profondamente l’adesione a Signore, sente nel proprio cuore che la morte non può essere la fine di tutto ma, al contrario, l’inizio di una relazione più piena con lui, ad un livello radicalmente superiore rispetto all’attuale. Nella tradizione cristiana si parla anche della realtà dell’inferno, una condizione di vita – o meglio di non vita – nella quale l’uomo resta privato per sempre della relazione con Dio e con gli altri, e si trova quindi in una condizione di spaventosa solitudine e sofferenza. Molti si chiedono come questa dottrina sia compatibile con la bontà di Dio e la sua paternità: è indiscutibile che l’uomo possa venir meno alla relazione con Dio e decida quindi di isolarsi rispetto a lui, ma non si capisce facilmente come Dio, se è veramente buono, non possa concedere all’uomo la possibilità di ritornare nella relazione con lui anche dopo la sua morte e, dunque, di entrare in paradiso. Al culto dei morti è collegata l’idea della sopravvivenza dopo la morte. Ma che succede dopo la morte? La paura della morte non è,infatti, una generica paura umana. Occorre distinguere la paura psicologica dalla paura culturale: un conto è il cosiddetto istinto di conservazione, un sentimento naturale che ci porta a fuggire i pericoli, e un altro una cultura che insegni ad aver paura della morte, anzi a dover aver paura della morte.I morti esistono dunque soltanto per i vivi: sono i vivi a dar vita ai morti per le loro esigenze. I morti possono esistere come esseri ben identificati (gli antenati) con i quali stabilire un rapporto che, se corretto, va a tutto vantaggio dei vivi; oppure possono essere considerati, collettivamente al fine di significare l’extraumano negativo, il male. E’ il pericolo del “ritorno dei morti” inteso come ritorno irrelato di ciò che è passato per sempre e che ora minaccia di travolgere, rendendola morta, ogni forma culturale. Questi morti sono minacciosi, fanno paura. La ricerca che caratterizza il Cristianesimo è la salvezza della vita dopo la morte. La salvezza cristiana è una salvezza positiva, è la salvezza dalla morte intesa come salvezza dalla morte eterna: la morte fisica non è la fine di tutto ma l’inizio di una vita eterna. La salvezza del Cristianesimo è dunque il frutto di una storia originale e rivoluzionaria rispetto alle culture precedenti. Ma parlare di morte, e soprattutto reagire alla perdita di una persona presuppone anche un separare, un distinguere nell’attribuzione dei livelli di appartenenza a un’umanità vivente, che non sono eguali per tutti. Ebbene, la costante che soggiace a tutti gli altri problemi della condizione umana non è altro che la morte.La morte è costantemente presente dappertutto e in ogni momento come la trama oscura della condizione umana.
Certamente l’uomo, incapace di esorcizzare la morte, fa tutto il possibile per non pensare a essa, benché vi risuoni con maggiore intensità la chiamata del Dio vivente. È il segno permanente dell’alterità divina, poiché soltanto chi chiama dal nulla all’essere può dare la vita ai morti. Nessuno può vedere Dio senza passare attraverso la morte, questo luogo ardente dove il Trascendente raggiunge l’abisso della condizione umana. Soltanto il Dio amore è il vincitore della morte, e solamente con la fede in lui l’uomo è liberato dalla schiavitù della morte. Il roveto ardente della croce è così il luogo nascosto dell’incontro: il cristiano vi contempla “colui che hanno trafitto” e ne riceve “uno spirito di grazia e di consolazione” (Gv 19,37; Zc 12,10). La testimonianza della sua nuova esperienza sarà quella del Cristo risorto, vincitore della morte attraverso la morte. Il dialogo interreligioso riceve allora senso nell’economia della salvezza: non si limita a continuare il messaggio dei profeti e la missione del Precursore, ma si fonda sull’evento della salvezza compiuto da Cristo e tende al secondo avvento del Signore. La relazione con Dio in Cristo avrà il suo compimento nella vita eterna, alla quale parteciperà anche il nostro corpo. È nella tradizione cristiana che l’oltre la morte prende la forma della miglior vita, della vita eterna. In Cristo la morte è vinta, nel Cristianesimo non si muore più veramente.La vera morte è la morte eterna, la dannazione. Nelle società contemporanee, la vita si difende dalla morte, rimuovendola, fino ad ignorare il morente. Ma la morte non si può cancellare, si può non farla apparire.Nella morte in qualche modo si è sempre soli, ma questo non è di per sé un danno. Molto importante è il rapporto tra l’individuale e il collettivo, perché riguarda proprio il modo del vivere la morte, il vissuto della morte, che non è stato sempre uguale, nelle epoche del mondo, e non è uguale nelle diverse civiltà del mondo, perché il tema della individualità, della morte come morte solo mia, è abbastanza recente rispetto alla storia dell’umanità, nel suo complesso, perché nelle società arcaiche la morte era un fatto collettivo, per il semplice fatto che la società era più integrata. Nelle società arcaiche si viveva insieme, si stava insieme, c’era una continuità di spazi, di ritmi di vita. Era difficile, in quelle società, cercare e trovare la solitudine, c’era un’interazione continua; e quindi la morte certamente era patita dall’individuo, ma era patita anche e soprattutto dalla comunità. In pratica, la comunità viveva la morte di un suo membro come una perdita, come una perdita radicale, come una ferita. E si risarciva. Infatti, proprio nei momenti di morte – i rituali di morte sono nati così -, la comunità si stringeva.E anche nelle società più recenti, dove ci sono residui arcaici, nella morte c’è il dare, il portare il cibo ai parenti, in cui c’è stato l’avvenimento mortuario, le visite, cioè tutti i fenomeni che sono presenti nella nostra società molto meno di quanto non lo fossero nelle società arcaiche, dove tutta la società si stringeva a comunità nei confronti della morte. E anche il rapporto con colui che moriva era un rapporto diverso da come lo concepiamo noi oggi, per questo la morte è un fatto naturale: si torna alla terra. Ecco, nelle società arcaiche questo non era poi così vero, nel senso che la morte non era concepita in modo molto naturale. Nello svolgimento della modernità c’è stata sempre di più una personalizzazione della morte. La morte è diventata sempre di più una esperienza individuale. Ma già nei secoli cristiani c’è una individualizzazione della morte, nel senso che il soggetto che muore, è lui che è destinato alla salvezza o alla dannazione, è lui il titolare, e quindi l’elemento della propria salvezza e il protagonismo quindi nella morte, nel Cristianesimo diventa molto importante, anche se pur sempre resta la comunità. Il desiderio di sacralizzare la morte, e soprattutto nella società cristiana.E anche nelle società più recenti, dove ci sono La parola “sacro” significava moltissimo, dove, nel momento della morte, non c’era la fine di tutto, ma c’era sostanzialmente un “a rivederci”, un ritrovarsi – e nella liturgia cristiana lo si dice -, in patria. Quindi c’era il dolore di un congedo momentaneo, e quindi il dolore della morte, il trauma era molto forte, però c’era pur sempre la speranza di rincontrarsi. Allora, nella società cristiana, la sacralizzazione della morte avviene così. Nel cristianesimo, dunque, l’uomo è responsabile di se stesso nel modo più pieno: con la sua libertà egli può rovinare il meraviglioso progetto di amore che Dio ha su di lui. Resta comunque il fatto che Dio continua a lottare con tutte le sue forze perché il suo progetto di salvezza non fallisca per nessuno e ogni uomo possa affrontare la morte nella relazione con lui.