Il Taoismo si interessò più dello sviluppo personale dell’individuo che del sociale; secondo il pensiero taoista, infatti, l ‘Essere é in sè perfetto. Il Tao é la legge suprema, inafferrabile, con cui l’uomo deve uniformarsi. Non esiste peraltro un giudice celeste che assegni il premio o la punizione. E’ l’uomo che deve uniformarsi col cielo stesso. In sostanza il Tao parte dal presupposto che coltivando il proprio carattere interiore, si può entrare in sintonia con l’esterno. Questo è molto importante poiché di fronte ai misteri dell’Universo e alle avversità della vita, i seguaci del Tao pensano innanzitutto a fortificare il proprio carattere; essi sono disposti a considerare tutti gli aspetti di ogni eventuale problema quotidiano. Meditare o “abbracciare l’unità” è unirsi al Tao e a se stessi in uno stato di illuminazione in cui si è trasportati fuori dalla dimensione spazio-temporale. Ciò avviene perchè, come abbiamo detto, il Tao è la Vita stessa e chi riesce a raggiungere questa unione, o meglio ad identificare il proprio principio vitale, ha ritrovato in sè anche il principio vitale dell’universo e può vivere eternamente poichè, sostiene Lao-tze, non avrà più nulla da temere non essendoci più posto in lui per la morte. Le varie pratiche seguite, sia di carattere fisiologico sia spirituale nutrono lo spirito vitale e trasformano gli elementi corruttibili del corpo in sostanza immortale. Secondo i taoisti, chi fosse riuscito a raggiungere il Tao sarebbe entrato a far parte degli Immortali che essi suddividono in varie categorie. Vi sono immortali che vivono sulla terra, molto spesso isolati, non invecchiano e sono dotati di poteri magici; altri che si involano in cielo in un’apoteosi luminosa e altri ancora che solo apparentemente muoiono. Di questi ultimi si seppelliscono in realtà solo dei resti mentre il vero corpo vaga nel cosmo con gli altri Immortali: è ciò a cui si dava il nome di “liberazione del corpo mortale”.Il taoismo quindi insegna ad accettarsi, ma anche ad accettare il dolore la vita e la morte, la continua trasformazione delle cose lo stato di mutabilità del mondo materiale. Per il Taoismo la salvezza è sia quaggiù che dopo la morte, e consiste nella unione tra l’uomo e il Tao, che è l’uno indistinto dell’alternarsi e compenetrarsi degli opposti (bene e male, bianco e nero, maschile e femminile) nella natura; per arrivarci deve percorre una via di intuizione di tale unità originaria mediante la meditazione e la dottrina e deve compiere determinati riti, astenendosi da ogni aspirazione cosciente e superando i condizionamenti della società che ha sempre allontanato l’uomo dalla naturalezza originaria. Gli antichi Cinesi credevano che l’uomo avesse due anime: il p’o e il hun. Dopo la morte il hun saliva al cielo, alla corte del Signore del cielo; il p’o invece abitava con il cadavere nella tomba e si nutriva di offerte fatte al defunto. Queste usanze comportavano un curato e attento servizio per il nutrimento del defunto, altrimenti questi, affamato, poteva rivolgere la sua ira verso i discendenti. Legato a questa credenza si sviluppò l’uso di seppellire schiavi, prigionieri e concubine insieme al defunto in modo che gli facessero compagnia durante il viaggio verso il cielo. Nelle tombe di An-yang, della dinastia Yin, sono stati trovati gli scheletri di oltre un migliaio di vittime con le teste tagliate e sepolte altrove: forse prigionieri di guerra. Inoltre, sembra che la ricerca dell’immortalità sia all’origine dell’alchimia taoista, di una ampiezza e di una complessità sconcertanti, poiché, il Tao, cioè la totalità assoluta, la sostanza unica in cui tutto scorre, possiede una specie di “bontà” fondamentale e uno dei grandi principi del taoismo è di agire conformemente al Tao, conformemente alla natura, fino ad identificarsi nelle sue leggi. Il seguace del taoismo vive la sua vita su di un piano concreto, ma con noncuranza. Il Taoismo dei T’ang assunse una connotazione più specificamente religiosa, distanziandosi dalle tendenze speculative delle origini; ormai si volgeva unicamente alle pratiche alchemiche dell’immortalità o ai riti cultuali, smarrendo sovente l’etica dei rapporti interpersonali.