L’ Induismo non tende ad imporre dogmi, ma piuttosto a dare un significato religioso all’esistenza. Infatti, predica l’amore verso tutto ciò che è vivente, ma con l’unica venerazione del divino. Il mondo dei sensi non è altro che Maya, cioè illusione, e l’individuo deve lasciarlo per ricongiungersi col divino: per fare ciò è necessario che, la catena di nascite e morti, che lo unisce al Maya, sia spezzata. L’esistenza umana è coinvolta nel ciclo inarrestabile delle rinascite, reso possibile dalla trasmigrazione delle anime, che alla morte dell’individuo si reincarnano nel corpo di un altro essere vivente, in un processo eterno conosciuto come samsara. Ogni uomo è destinato a reincarnarsi in un essere di qualità superiore o inferiore secondo i meriti accumulati nell’esistenza attraverso l’insieme delle sue azioni, il karma, realtà tendenzialmente negativa, ma indirizzabile verso un fine positivo per mezzo di pratiche di devozione e di espiazione che trovano il loro vertice nelle forme di ascetismo volte a ottenere la “liberazione” – moksha – dall’attaccamento alla realtà materiale.Nei concetti essenziali di samsara, karma e moksha, la tradizione indiana sintetizza i contenuti essenziali di una visione sostanzialmente pessimistica circa il valore della realtà cosmica e materiale, il cui incombere inesorabile deve essere assolutamente esorcizzato attraverso un cammino di liberazione e di rinuncia al mondo, secondo l’ideale delle numerose correnti ascetiche presenti in India fin dall’antichità. La considerazione del carattere inesorabile della dimensione materiale dell’esistenza giustifica l’altro aspetto prescrittivo essenziale dell’induismo. Questa prescrizione, solo apparentemente contraddittoria rispetto alle tendenze ascetiche, impone ad ogni fedele di assumere un ruolo preciso nella società, per portare a compimento la missione assegnatagli dal destino al momento della nascita, contribuendo a perpetuare il ciclo della storia attraverso la procreazione e a procurare il benessere materiale a sé e ai suoi simili, nella speranza di ottenere il premio delle proprie azioni nell’esistenza futura con la trasmigrazione della propria anima nel corpo di un essere di livello sociale superiore o in quello di un asceta. Gli ideali morali fondamentali sono: purezza interiore, autodisciplina, distacco dalle cose (ascesi), verità, non-violenza, carità e compassione per gli uomini. L’uomo deve staccarsi da ogni desiderio e da ogni azione per evitare di doversi reincarnare. Gli induisti, infatti, sono convinti che alla morte dell’uomo, l’anima va sulla Luna, dove è giudicata. Se è promossa raggiunge il Nirvana (paradiso), se è bocciata si reincarna in forma umana o animale (a seconda della colpa) sulla terra, fino alla successiva morte, reincarnandosi di continuo, se persiste nella colpa. Per raggiungere il Nirvana, occorrono: amor di dio, opere buone e conoscenza, oltre alla pratica dello yoga (esercizio mentale), penitenze, veglie, digiuni. Gli induisti trasformano l’eterno ricorso della vita (nascita, morte e reincarnazione) in un motivo per non desiderare. L’unico desiderio ammesso è quello di ricongiungersi col Brahman (spirito eterno). Per evitare le reincarnazioni l’uomo deve percorrere 4 stadi-tappe: 1) formazione e studio presso un guru (maestro di vita), 2) matrimonio e lavoro, 3) solitudine e relativa povertà, 4) assoluta povertà e ascesi (vivere di elemosina, accettando solo pane e cereali). Quando un induista muore, il suo cadavere è lavato, rasato e bruciato su una pira, perché deve purificarsi. Non c’è cremazione (ma inumazione) solo per bambini sotto i due anni e per gli asceti. In passato veniva bruciata anche la vedova. Oggi solo un animale e oggetti del defunto.